IL TEMA “FEMMINILE”
03.03.11
Periodicamente il tema “femminile” diventa attuale, che siano le quote rosa oppure l’utilizzo dell’immagine femminile nella pubblicità, o ancora il riconoscimento di reati le cui vittime sono principalmente le donne.
Fortunatamente non si tratta solo di chiacchiere ma anche di azioni concrete o di passi significativi verso una civiltà che non neghi dignità alla donna.
Il riconoscimento del reato di “stalking” ha costituito uno storico passaggio per il nostro ordinamento.
Di minor portata, certamente, è il Protocollo d’Intesa siglato dal Ministro per le Pari Opportunità con l’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria per il controllo dell’utilizzo dell’immagine femminile nella pubblicità, ma merita comunque alcune riflessioni.
Questo protocollo consente al Ministero di intervenire chiedendo il ritiro di pubblicità, televisiva o su carta stampata, qualora “svilisca l’immagine della donna o sia apertamente violenta o sessista”.
L’intento è buono, naturalmente, troppo spesso siamo spettatori impotenti di messaggi di pessimo gusto o addirittura offensivi.
Ma passare dall’esprimere opinioni alle vie di fatto il passo è lungo e va calibrato bene.
Il primo ostacolo è l’impossibilità di fissare dei “paletti oggettivi”, perché la morale e il senso del pudore non restano fissi nel tempo; ciò che veniva considerato offensivo per la morale pubblica 50 anni fa ora ci fa sorridere. Potremmo azzardare a dire che ciò che oggi ci fa sobbalzare sulla sedia, fra 10 o 15 anni probabilmente non ci farà più così effetto.
Ma anche il modo di decodificare un messaggio pubblicitario non è assoluto ma rispecchia l’educazione, il vissuto, le paure e il sistema di valori di ognuno; e questo non riguarda necessariamente una pubblicità che fa ammiccamenti di tipo sessuale. La campagna di Toscani contro l’anoressia è un esempio calzante.
Un altro elemento con cui ci troviamo a fare i conti anche in questo settore, è la crisi economica: il momento congiunturale che stiamo vivendo ha fatto diminuire in modo significativo il numero degli inserzionisti e la richiesta di spazi pubblicitari, producendo come effetto una diminuzione dei prezzi per le campagne pubblicitarie e una minore possibilità per i media di selezionare i messaggi diffusi. Ciò ha aperto le porte anche al cattivo gusto.
Verrebbe da chiedersi allora come intervenire. Ma forse prima dobbiamo domandarci se intervenire.
In un mondo ideale gli illeciti e gli abusi non esisterebbero; ma questo non è il mondo ideale e furbetti che utilizzano il modo di fare pubblicità per farsi pubblicità (potremmo chiamarla meta pubblicità?) sono sempre troppi.
Per male che vada, ossia il blocco della campagna pubblicitaria considerata “inadeguata”, questo porterà ad un’eco ancora più potente e prolungata del messaggio che si vuole cancellare.
Per questo è davvero molto importante che esista un codice di autoregolamentazione a cui le agenzie di pubblicità decidono di attenersi. È attraverso l’autodisciplina di tutti coloro che costituiscono la “filiera” dei soggetti riconducibili alla pubblicità che possiamo sperare in messaggi più sani e anche che ci mettano meno in imbarazzo nei confronti dei nostri figli.
L’alternativa a questa autodisciplina è l’intervento “dall’alto”.
La linea di confine tra un intervento a tutela dei cittadini e la censura è davvero sottile; non potendo identificare criteri oggettivi, ci si dovrebbe affidare ad orientamenti soggettivi con il rischio proprio di ricadere in una spirale censoria che andrebbe a soffocare il principio liberale e, ancor prima, il principio di libertà.
Meglio forse lavorare sull’incentivazione ad un modo di fare pubblicità che non ruoti insistentemente e banalmente intorno al corpo femminile, mortificandone l’immagine. Meglio premiare l’altro piuttosto che sanzionare il primo.
Perché se il rischio che corriamo intervenendo è quello di arrivare alla censura, beh allora preferisco dover spiegare a mio figlio perché quella signorina sul cartellone indossa una gonna così corta… È il prezzo della libertà e forse vale la pena di pagarlo!